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Professione AI

AI e disoccupazione. Il punto di vista di Natale Letterio Tornatora: Vicepresidente di ANPAI

Natale Letterio Tornatora e il titolo del suo intervento su intelligenza artificiale, occupazione e responsabilità d’impresa.
Foto: ANPAI

Quando si parla di intelligenza artificiale e lavoro, la domanda è quasi sempre la stessa: quante persone verranno sostituite dall’AI? Nei prossimi anni, però, la questione potrebbe diventare più complessa: un’azienda economicamente sana potrà utilizzare l’intelligenza artificiale per ridurre il personale anche quando non esiste una reale necessità economica?

È proprio qui che potrebbe nascere una nuova forma di regolamentazione del rapporto tra impresa, tecnologia e occupazione.

Una startup, soprattutto nelle prime fasi, può avere bisogno dell’AI per ridurre i costi, automatizzare attività e raggiungere più rapidamente la sostenibilità economica. Imporre immediatamente obblighi occupazionali troppo rigidi potrebbe limitarne la crescita o addirittura impedirne la nascita.

La situazione cambia, però, quando quell’impresa cresce, raggiunge una buona redditività, genera utili e dispone di una struttura finanziaria solida. In futuro, la possibilità di sostituire persone con sistemi di intelligenza artificiale potrebbe essere valutata anche sulla base della condizione economica dell’azienda.

In altre parole, il bilancio potrebbe diventare uno degli strumenti attraverso cui determinare il livello di responsabilità occupazionale di un’impresa.

Un’azienda in difficoltà potrebbe avere maggiore libertà di riorganizzarsi per recuperare competitività o evitare una crisi. Un’impresa economicamente sana potrebbe invece essere chiamata, prima di ridurre il personale, a valutare concretamente alternative come la riqualificazione dei lavoratori, il cambio di mansione, l’inserimento in nuove attività o la riduzione dell’orario di lavoro.

Il principio sarebbe semplice: più un’azienda è solida, maggiore potrebbe essere la sua responsabilità nel gestire l’impatto dell’automazione sulle persone.

Non si tratterebbe necessariamente di vietare i licenziamenti o di obbligare le imprese ad assumere personale di cui non hanno bisogno. Sarebbe piuttosto un modo per distinguere tra chi utilizza l’AI per sopravvivere e chi la utilizza principalmente per aumentare ulteriormente i margini attraverso la riduzione del costo del lavoro.

I primi segnali di attenzione normativa esistono già. L’AI Act europeo attribuisce particolare rilevanza ai sistemi di intelligenza artificiale utilizzati nell’ambito dell’occupazione e della gestione dei lavoratori. Più in generale, in Europa sta crescendo l’attenzione verso l’utilizzo dell’AI nei luoghi di lavoro, la gestione algoritmica, la formazione e la tutela delle persone durante la trasformazione digitale.

Oggi non esiste una regola secondo cui un’impresa economicamente sana non possa licenziare perché ha introdotto l’intelligenza artificiale. Ma è plausibile che, con l’aumento dell’automazione, la capacità economica dell’impresa diventi progressivamente uno degli elementi considerati nella definizione delle sue responsabilità verso i lavoratori.

L’intelligenza artificiale, infatti, sta modificando un principio fondamentale dell’economia aziendale: la crescita dell’impresa non richiederà più necessariamente una crescita proporzionale dell’occupazione.

Un’azienda potrà aumentare fatturato, produttività e margini mantenendo lo stesso numero di dipendenti o, in alcuni casi, riducendolo.

È qui che nasce una delle questioni economiche più importanti dei prossimi anni. Se l’aumento di produttività generato dall’AI viene trasformato esclusivamente in maggiori profitti e minore occupazione, sarà inevitabile interrogarsi su come distribuire il nuovo valore prodotto dalla tecnologia.

La risposta non può essere fermare l’innovazione. Sarebbe un errore economico e competitivo. Ma potrebbe affermarsi un principio diverso: una mansione può diventare obsoleta senza che debba diventare obsoleta anche la persona che la svolge.

Le imprese economicamente più forti potrebbero quindi essere chiamate a investire maggiormente nella trasformazione delle competenze e nella ricollocazione delle persone prima di procedere alla loro sostituzione.

In questo scenario, il bilancio non servirebbe più soltanto a comprendere quanto un’azienda sia solida, profittevole o finanziariamente equilibrata. Potrebbe diventare anche uno degli strumenti utilizzati per stabilire quanta responsabilità quell’impresa debba assumersi quando utilizza l’intelligenza artificiale per sostituire lavoro umano.

Il vero confine dei prossimi anni potrebbe quindi non essere tra aziende che utilizzano l’AI e aziende che non la utilizzano, ma tra diversi modi di distribuire i benefici economici prodotti dall’automazione.

Ed è su questo equilibrio tra innovazione, produttività e occupazione che si giocherà una parte importante del futuro del lavoro.

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