Notizie sull’AI
Studio Berkeley: dopo l’aiuto dell’AI cala la persistenza nei compiti
Tre esperimenti online su frazioni e comprensione del testo hanno rilevato meno risposte corrette e più rinunce dopo la rimozione di ChatGPT. Il risultato riguarda compiti brevi, non prova un danno cognitivo permanente.

Uno studio presentato al COLM ha osservato che, tolto ChatGPT, partecipanti online hanno insistito meno su esercizi di matematica e comprensione del testo.
Un nuovo studio sull’uso di ChatGPT ha osservato che, dopo aver potuto ricorrere all’AI per risolvere esercizi, alcune persone hanno continuato con meno successo quando l’assistente è stato tolto. I ricercatori hanno condotto tre esperimenti online su problemi di frazioni e comprensione del testo con 1.222 partecipanti; il paper aggiornato è stato presentato alla conferenza COLM, conclusa l’8 ottobre.
Il risultato interessa famiglie, docenti e studenti italiani perché riguarda un uso comune dell’AI: chiedere la soluzione mentre si studia. Ma non dimostra che dieci minuti di chatbot danneggino in modo permanente la capacità di pensare. Gli esperimenti misurano la prestazione subito dopo la rimozione dello strumento, su compiti brevi e in un campione online reclutato negli Stati Uniti.
Che cosa è successo quando ChatGPT è stato tolto
Nel primo esperimento, 354 persone hanno risolto quindici esercizi di frazioni. Un gruppo poteva tenere ChatGPT aperto e usarlo anche per chiedere le risposte; l’altro lavorava senza aiuto. Chi aveva l’AI è partito con risultati più accurati. Dopo dodici esercizi, però, i ricercatori hanno tolto lo strumento: da quel momento il gruppo assistito ha risposto correttamente meno spesso e ha saltato più domande.
Il gruppo di confronto ha mantenuto meglio il ritmo. Un secondo esperimento, con 667 partecipanti, ha mostrato una tendenza simile. Nel terzo, 201 persone hanno affrontato una prova di comprensione del testo in stile SAT: anche lì, dopo la rimozione dell’AI, sono calate la persistenza e l’accuratezza del gruppo che l’aveva usata. I tre esperimenti sommano 1.222 partecipanti.
La ricerca è arrivata alla conferenza con una bozza precedente
La notizia di questi giorni è la presentazione del paper aggiornato e sottoposto alla revisione della conferenza, non l’avvio da zero della ricerca. Berkeley segnala che una prima bozza aveva già circolato nei mesi scorsi. Il programma ufficiale del COLM 2026 elenca il lavoro “AI Assistance Reduces Persistence and Hurts Independent Performance” tra i paper accettati, in una sessione poster.
Questa distinzione aiuta a leggere l’impatto pubblico senza gonfiare la novità. Il lavoro aggiunge evidenza sperimentale a una discussione già aperta sull’uso dell’AI nello studio; non è una prova longitudinale che segua gli stessi studenti per mesi o anni.
Il test non riproduce una classe italiana
I partecipanti sono stati reclutati online, non osservati durante un anno scolastico o una lezione. Le prove riguardavano esercizi brevi e una domanda di comprensione; non misuravano la memoria a lungo termine, i voti, la qualità di un elaborato complesso o l’effetto di un tutor AI che spiega i passaggi senza consegnare subito la risposta.
Il campione non permette di concludere che gli studenti italiani reagiscano allo stesso modo. Neppure dimostra che l’uso dell’AI causi un calo duraturo delle capacità cognitive. Mostra un effetto immediato in condizioni definite: quando un gruppo si è abituato ad avere uno strumento che poteva rispondere al posto suo, una parte dei partecipanti ha faticato di più a riprendere il lavoro senza quell’aiuto.
Per la scuola conta distinguere aiuto e sostituzione
Per un docente o una famiglia, la domanda utile non è se vietare ogni chatbot, ma che cosa lo studente riesce a fare quando lo strumento non è disponibile. Le prove suggeriscono di non valutare un’attività soltanto dal risultato prodotto con l’assistenza: può essere utile chiedere di spiegare i passaggi, verificare la risposta e riprovare una parte del compito in autonomia. Sono possibili accorgimenti didattici, non misure di efficacia testate da questo studio.
Gli autori, intervistati da Berkeley, indicano come alternativa un uso più simile al tutoraggio, che spieghi e sostenga il ragionamento invece di fornire soltanto la soluzione. L’articolo ANPAI sulle regole per proteggere il pensiero a scuola offre un quadro complementare. Per sapere se questi risultati valgono anche fuori dal laboratorio serviranno studi in classi reali, con compiti diversi e osservazioni più lunghe.
Per approfondire
Per il contesto ANPAI: l’approfondimento ANPAI sull’uso dell’AI a scuola
Le fonti
Berkeley News, resoconto degli esperimenti e dei loro limiti, 9 ottobre 2026 · COLM 2026, paper accettati e sessione poster, 8 ottobre 2026
Questa analisi della redazione ANPAI aiuta a leggere fatti e conseguenze operative. Non sostituisce una valutazione tecnica o legale riferita a un caso specifico.