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Notizie sull’AI

OpenAI blocca account usati per due campagne d’influenza

Una rete legata alla Russia avrebbe gestito un falso centro di ricerca in America Latina; una campagna collegata all’Iran avrebbe piazzato articoli con firme inventate.

Il Pioneer Building a San Francisco, edificio che ospita gli uffici di OpenAI.
Immagine di contesto: edificio con uffici OpenAI a San Francisco; non documenta le campagne descritte. Foto di HaeB, Wikimedia Commons, CC BY-SA 4.0.Foto: HaeB / Wikimedia Commons (CC BY-SA 4.0)

OpenAI ha sospeso account collegati a due campagne che usavano ChatGPT per sostenere false identità. Le prove sui risultati sono in parte interne e non indicano bersagli italiani.

OpenAI ha sospeso gruppi di account ChatGPT collegati a due campagne che cercavano di far apparire credibili organizzazioni e autori inventati. Nel rapporto pubblicato l’8 ottobre, l’azienda descrive un falso centro di ricerca usato da operatori di origine russa e una rete associata all’Iran che avrebbe proposto articoli a testate online.

La tecnica punta a nascondere chi sta dietro a un messaggio, così che una presa di posizione sembri arrivare da un osservatore indipendente. OpenAI attribuisce ai gruppi l’uso dei propri modelli, ma molte ricostruzioni provengono dai dati e dai resoconti interni degli operatori: il loro racconto dell’impatto non equivale a una verifica completa delle pubblicazioni o del pubblico raggiunto.

Il falso centro di ricerca in America Latina

La prima operazione, chiamata “Dark Clark” da OpenAI, avrebbe usato una persona inventata, “Mia Clark”, per presentare un Social Research Center come piattaforma di ricerca indipendente. Secondo la società, il gruppo chiedeva a ChatGPT di preparare rapporti interni, testi e valutazioni delle attività. Gli obiettivi includevano il dibattito sull’Ucraina e la politica in alcuni Paesi latinoamericani, fra cui Argentina e Bolivia.

Gli operatori avrebbero coinvolto persone locali per produrre contenuti, senza che queste sapessero di lavorare per un gruppo russo. OpenAI afferma di aver trovato oltre sessanta articoli originali attribuiti al centro e osserva che alcune falsità sono state oggetto di smentite pubbliche o verifiche giornalistiche. La società non sostiene che ogni contenuto sia stato creato con ChatGPT: il modello compariva in varie fasi dell’attività.

Le firme inventate che arrivavano alle testate

La seconda campagna, denominata “Bogus Bylines”, avrebbe usato sette firme fittizie per presentare analisi e commenti sul conflitto fra Stati Uniti e Iran. OpenAI dice di aver individuato quasi cento articoli pubblicati o ripresi da circa una dozzina di siti, insieme a commenti sui social generati o rifiniti con i suoi modelli. La società riferisce che i commenti hanno ottenuto poca interazione autentica.

Questi numeri descrivono la ricostruzione di OpenAI, che ha trovato gli articoli pubblicati online e analizzato gli account collegati. L’azienda segnala anche che i rapporti interni della campagna usavano calcoli ingannevoli per gonfiare la propria efficacia. NPR, attraverso la stazione pubblica KPBS, ha riportato la sospensione degli account e il ruolo dei contenuti apparsi su siti di informazione.

La prova riguarda l’operazione, non un coinvolgimento italiano

OpenAI afferma di aver condiviso informazioni con le autorità interessate. Il rapporto descrive gruppi “di origine russa” e un’operazione “di origine iraniana”, ma non dimostra che i governi dei due Paesi abbiano diretto ogni attività. Nel caso iraniano, la società dice di non aver identificato con certezza chi commissionasse la campagna. Anche la portata dei singoli messaggi resta diseguale: alcuni articoli circolarono, mentre vari commenti non raggiunsero un pubblico ampio.

Il rapporto non documenta un’operazione diretta contro l’Italia. Per il pubblico italiano la lezione riguarda il metodo: un testo può sembrare affidabile perché compare con una firma plausibile o su un sito reale, pur nascondendo il rapporto fra autore e committente. Controllare l’identità dell’autore, la provenienza del sito e la conferma di altre fonti aiuta a ricostruire il contesto; il semplice uso di AI, da solo, non dimostra una campagna coordinata.

Che cosa resta da controllare

La pubblicazione di OpenAI rende visibili esempi e tracce tecniche, ma è anche il resoconto di un’azienda che applica le proprie regole e non una sentenza di un’autorità indipendente. Le piattaforme e le redazioni possono verificare i casi citati e correggere eventuali imprecisioni; i lettori non hanno accesso ai dati grezzi usati nell’indagine.

Nei prossimi mesi sarà importante capire se le identità sono state usate anche su altre piattaforme e se i siti coinvolti aggiorneranno o correggeranno gli articoli. Per orientarsi fra articoli e contenuti generati, può essere utile anche la guida ANPAI sulle regole europee di trasparenza: distingue le informazioni che devono accompagnare certi contenuti dai tentativi di nascondere chi ne è responsabile.

Per approfondire

Per il contesto ANPAI: Le regole europee sulla trasparenza dei contenuti AI

Le fonti

OpenAI — rapporto sulle operazioni “false front”, 8 ottobre 2026 · NPR / KPBS — account ChatGPT usati in campagne d’influenza, 9 ottobre 2026


Questa analisi della redazione ANPAI aiuta a leggere fatti e conseguenze operative. Non sostituisce una valutazione tecnica o legale riferita a un caso specifico.

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